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7 Luglio 2026

Primiero Dolomiti Marathon 26K: salite dolci, discese cattive tra le Pale di San Martino

Pale di San Martino, Dolomiti - Primiero Dolomiti Marathon

Sabato ho corso la 26 km della Primiero Dolomiti Marathon.

Partenza da San Martino di Castrozza, arrivo nel centro di Fiera di Primiero. In mezzo ci sono le Dolomiti, il Lago di Calaita, boschi, forestali, mulattiere, sentieri, discese lunghe e quel tipo di fatica che non ti prende solo le gambe, ma anche la testa.

Sulla carta sembra una gara “abbordabile”: 26 km, poco più di 400 metri di dislivello positivo, tanta discesa. Uno legge così e pensa: “Va beh, si sale un po’, poi si scende, sarà una passeggiata”.

Ecco, appunto.

Io sono un uomo di pianura. Nato e cresciuto dove la strada va dritta, dove il piede appoggia quasi sempre uguale, dove puoi correre anche pensando ad altro. In pianura il ritmo lo costruisci, lo tieni, lo controlli. In montagna no. In montagna il terreno decide insieme a te e condiziona tutto.

Ed è uno dei motivi che mi ha spinto ad andarci.

Non perché il trail sia casa mia. Anzi. Ci sono andato perché ogni tanto bisogna mettere il corpo dove è meno comodo. Perché se fai sempre solo quello che ti viene bene, migliori fino a un certo punto. Poi ti fermi.

La prima parte è stata quasi gentile. Si parte da San Martino, quota alta, aria diversa, panorama che ti mette subito a posto col mondo. Ti guardi attorno e capisci che lì non sei tu il protagonista. Le Pale di San Martino stanno lì, enormi, ferme, e tu sei solo uno con un pettorale che prova a passare in mezzo senza fare troppi danni.

Si sale verso Malga Crel, poi si va al Lago di Calaita, il punto più alto del percorso. In quel tratto sono stato conservativo: niente corsa a canna, niente ego, niente “adesso spingo perché sto bene”. Ho corso controllato, cercando di tenere le gambe vive e la testa pulita.

Per un pezzo mi sono anche goduto la gara.

Bosco, strada forestale, qualche tratto più aperto, il lago, le montagne davanti. Quelle cose che quando le racconti sembrano cartoline, ma quando ci sei dentro col fiatone sono anche meglio.

Poi è iniziata la discesa.

E lì è cambiato sport, completamente un altro sport.

Perché la discesa delle Dolomiti non è la discesa che immagini tu se vieni dalla strada. Non è “mollo le gambe e vado” come quando scendi dal cavalcavia dopo la ripetuta in salita. È controllo continuo. È sasso, radice, curva, appoggio laterale, frenata, rilancio, altra pietra, altro buco, altro passo da inventare.

Ho fatto tratti interi con gli occhi inchiodati a terra. Non potevo permettermi di alzarli. Non più di un secondo. Il panorama c’era, ma in certi momenti lo potevo solo intuire. Guardavo i piedi, ascoltavo il respiro, cercavo l’appoggio successivo.

Su strada puoi anche permetterti di staccare un attimo. Qui no. Qui se stacchi, inciampi, cadi e come molti all’arrivo ti fai male. (Le tende della Croce Rossa sembravano il pronto soccorso, da quanta gente c’era.)

Non basta avere motore. Non basta avere soglia. Non basta arrivare allenato. Devi essere presente. Ogni passo va deciso. Ogni errore lo paghi subito e molto spesso caro.

Poi c’è stato il ponte tibetano.

Chi soffre di vertigini sa di cosa parlo. Sotto hai il vuoto, sotto i piedi quella rete metallica che teoricamente ti rassicura, praticamente ti ricorda che sei sospeso per aria.

Niente poesia. Niente contemplazione. Avanti, passo veloce, fine. Sconsigliato per chi è particolarmente sensibile all’altezza.

Dopo il Lago di Calaita e la Valle del Lozen la gara continua verso Passo Gobbera, poi prende quella lunga discesa che ti porta verso Fiera passando sopra Imer e Mezzano. Ed è lì che la gara mi ha presentato il conto.

Perché scendere tanto sembra facile solo a chi non l’ha mai fatto forte.

All’inizio ti senti leggero. Poi i quadricipiti iniziano a parlare. Poi parlano più forte. Poi urlano. A ogni appoggio senti che stai frenando, anche quando vorresti solo lasciarti andare. Il cuore non è più quello della salita, ma le gambe si svuotano in un altro modo. Più meccanico. Più muscolare. Più cattivo.

E sotto i mille metri è arrivato anche il caldo.

Quella cappa che conosco bene. L’aria che diventa più pesante, l’umidità che sale, la frequenza cardiaca che riparte proprio quando pensavi di avere il peggio alle spalle. Ti dici: “Ormai è fatta”. Poi guardi davanti e capisci che manca ancora abbastanza per doverci stare dentro davvero.

Lì ho corso tirando il freno. So bene che quel caldo ti abbatte in fretta se non sai adeguare il passo allo sforzo percepito.

Ho cercato di non farmi prendere dal nervoso. Ho accettato di perdere brillantezza. Ho provato a tenere una corsa efficace, anche se non bella. Perché in gara non sempre devi essere bello da vedere. A volte devi solo continuare a fare la cosa giusta, anche quando non ti viene più naturale.

E questa, per me, è una delle lezioni più importanti della corsa.

Non vince sempre chi sta bene. Spesso va avanti chi sa gestire quando inizia la fatica.

Ho chiuso in 2:23:49.

Non è stata la mia gara perfetta. Ma è stata una gara utile. E certe volte vale di più.

Perché la Primiero Dolomiti Marathon 26K non mi ha dato solo un risultato, un panorama e un’esperienza unica, ma è stata anche un allenamento vero. Di quelli che non replichi in pianura. Mi ha costretto a lavorare su appoggi, lucidità, forza eccentrica, concentrazione, gestione della fatica muscolare. Tutte cose che poi ti porti dietro anche quando torni sull’asfalto.

La mia gara vera, quest’anno, sarà un’altra: Garda Riviera Run Tour, 144 km, a novembre. Lì sarà un discorso diverso. Più lungo, più mentale, più vicino al mio modo di correre. Ma questa Primiero è stata una tappa importante.

Una palestra tanto scomoda quanto bella.

E uno di quei percorsi che se li affronti con la testa giusta, ti rendono più forte.

Sull’organizzazione: bene. Gara bella, percorso segnato, contesto spettacolare, arrivo a Fiera con una bella atmosfera. Qualche indicazione in più su docce, pacco gara e pasta party aiuterebbe, ma sono dettagli. Il grosso c’è: una gara vera, in un posto che da solo vale il viaggio.

Le Dolomiti non fanno sconti.

Però ti lasciano qualcosa.

A me hanno lasciato gambe dure, testa piena e una conferma: la corsa non è solo ritmo. È adattamento. È pazienza. È capacità di cambiare passo quando il terreno cambia sotto ai piedi.

Ed è anche questo che provo a trasmettere con 1KMallavolta.

Allenarsi non vuol dire solo seguire una tabella. Vuol dire capire chi sei, dove sei forte, dove sei fragile e che tipo di stimolo ti serve per crescere.

Foto di copertina: Pale di San Martino, Stefano Merler / Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.5).

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